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Lo zio di Maradona

di Kim

Cominciamo bene: intendo con questa storia che l'anno bisestile è un anno sfortunato. Ne sanno qualcosa i popoli d'Oriente che manco avevano finito di digerire il lesso di serpente e si sono visti arrivare a casa Goria di cui nessuno sa niente. Insomma: è stato un inizio eccessivo; ci avremmo creduto anche senza tutti questi sfracelli in una vòlta sola: ce ne sono stati tanti, che ormai chissà come farà, l'88, a menare gramo anche per i prossimi dodici mesi.

Al Napoli, per esempio, non poteva capitare di peggio di quello che gli è capitato ieri in una volta sola. Ha perso la prima partita di questo campionato, l'ha persa beccando quattro gol dal Milan che normalmente li segna in un semestre e ieri invece ha segnato persino Donadoni che i suoi amici non vogliono nemmeno come segnapunti quando giocano a biliardo perché sbaglia i conteggi dei filotti. Poi hanno scoperto una verità e un'altra l'hanno intravista: da ieri sera il Napoli ha 21 punti e il Milan ne ha 18, il che significa che Ferlaino deve fare erigere dei monumenti ai genieri: senza il bombardiere di Pisa, quello che ha centrato Renica, il Napoli avrebbe 19 punti e senza il bombardiere di San Siro, quello che ha centrato il portiere della Roma, il Milan ne avrebbe 20: cioè sarebbe il primo in classifica, col Napoli dietro, a inseguire ma con un grave handicap: il fatto che non ha più Maradona.

Diego durante Milan-Napoli
Ieri Enrico Ameri ha preso il coraggio a due mani e lo ha detto: a San Siro Maradona si è visto poco. Alcuni ambienti occidentali di Islamabad, degni della massima fiducia (sono quelli che forniscono le notizie sulla guerra in Afghanistan; le uniche fonti alle quali attinge la grande stampa), hanno detto che non è che Maradona si sia visto poco; non c'era proprio: era ancora in Argentina ad allattare la pupa. Si era confuso per via del fuso orario. In campo c'era, sì, un signore con la maglia numero 10, ma si è capito subito che non era Maradona, ma suo zio - che di cognome fa Scognamiglio -, che si è fatto riconoscere perché entrando in campo si è fatto il segno della croce, proprio come suo nipote che lo ha fatto assumere dal Portici ...

"L'Unità", 4 gennaio 1988, Gli eroi della domenica

Quanti alibi nel momento più brutto di una carriera

di Gianni Mura

Con soli 9 punti dopo 9 giornate l'Inter è ufficialmente dichiarata in crisi, e la colpa ricade, ovviamente, su Giovanni Trapattoni ... Un film già visto, e che si rivedrà. Gianni Mura traccia un quadro oggettivo della pochezza del gioco e soprattutto della assenza di qualità di una rosa invecchiata, senza uomini di carisma, piena di troppi giocatori che "hanno i piedi a banana". La squadra gli appare "da rifondare senza illusioni, dando la buonuscita a circa mezza rosa". Ramazza ma non esonero. Così fu, infatti, e la stagione successiva arrivò lo scudetto dei record ...

I silenzi, i richiami alla compattezza dell’ambiente, il mercoledì che deve riscattare la domenica: è un film già visto ma di chi è la colpa se l’Inter continua a produrre delusioni alternate a qualche sbrilluccichìo. La colpa è del signor Trapattoni da Cusano, secondo molti. Hai voluto la bici? E allora pedala. Forse è questo il peggior momento della carriera del Trap, ma non è un buon motivo per dimenticare tutta la carriera. Riassumo, al di là di numeri che gli danno ragione: per dieci anni abbondanti Trapattoni è stato non un allenatore italiano ma l’allenatore italiano. Il più vincente, il più intoccabile, il più italianista. Grazie, diceva una parte d’Italia, con Boniperti presidente e gli Agnelli dietro, di fare l’allenatore della Juve son capaci tutti. Mica vero. All’Inter, pur essendo uno stipendiato, il Trap è poliedrico, una sorta di allenatore-padrone, nel senso che gli si riconosce esperienza e carisma per bilanciare una concorrenza cittadina (Berlusconi) non facile da affrontare. Per buona parte dello scorso campionato il Trap cava sangue dalle rape, fra cento contrattempi (infortuni a catena) e insomma si guadagna la michetta, come si dice a Milano. Il suo carisma funziona ancora, l’Inter, finché dura, è l’anti-Napoli. E del Trap i bene informati continuano a parlare come futuro tecnico azzurro (Vicini avrà tempo fino agli Europei). E veniamo ai tempi attuali.

L’Inter è a sette punti dal Napoli e realisticamente può solo pensare alla zona Uefa (se si rimette in carreggiata). Benedetta e maledetta per le sue pazzie (l’incostanza è l’unica costante nerazzurra di questi ultimi anni), l’Inter è oggi una squadra che riesce a far sembrare fortissimi e ben messi in campo tutti gli avversari, si chiamino Pescara o Besiktas, Ascoli o Turun. Per non accorgersi delle difficoltà oggettive della squadra, bisognava avere gli occhi coperti dalle sacre bandiere. In coppa Italia, solo una vittoria col Catania (serie C), in Uefa gare stentatissime, in campionato tre vittorie su nove partite. L’italianista Trapattoni critica per due mesi chi critica la coesistenza Scifo-Matteoli, ma adesso si allinea. Due così potrebbero anche stare insieme, se a centrocampo ci fossero due ex interisti come Bagni e Sabato (per dire), o il miglior Tardelli e il miglior Baresi, non questo Baresi che da troppo tempo corre per sé e gli altri. La grande difesa, tutti azzurri o quasi, fa acqua e dorme della grossa sulle palle inattive. Quando non subisce per prima (è già successo una decina di volte, nella stagione), l’Inter non riesce a difendere il minimo capitale del gol (come a Roma). Il realismo della Juve trapattoniana confinava col cinismo, grazie a un perfetto contropiede. Ma l’Inter non sa fare contropiede e nemmeno sa chiudersi, e in mezzo al campo balla alla musica degli altri. 

È una squadra nata male sul mercato: l’idea buona era prendere Gritti, che non ci è stato. L’idea meno buona è stata quella di tenere un altro anno Passarella, che non fa più la differenza e nemmeno fa gruppo. Sotto questo aspetto, l’ultimo collante a presa rapida è stato Marini, poi il buio. Altobelli è il capitano, è Spillo nostro, ma non è un leader. Poteva esserlo Zenga, che se ne va. C’è troppo nervosismo in squadra, al di là della mancanza di risultati. Ultimo esempio il fallaccio di Serena su Giannini, ma significativo anche il mezzo litigio Altobelli-Passarella per stabilire chi dovesse battere un inutile rigore all’Olimpico. Più che Nobile e Piraccini, come alternative, il Trap non ha. Fischia e si sbraccia dalla panca, ma la banda continua a steccare. Non esiste che l’Inter in nove domeniche becchi gli stessi gol dell’Empoli, più gol di Cesena e Como? Esiste sì, i numeri sono lì a dirlo. 

L’errore fondamentale dell’Inter (di Pellegrini e anche di Trapattoni) è di aver pensato che i miracoli e il sangue dalle rape si possano replicare ad libitum. Nossignori. Le crepe si sono allargate: Altobelli, per una partita lucente, ne fa tre buie, Passarella non poteva, anagrafe alla mano, acquistare tonicità, e ha pure perso zolfo, lo spogliatoio è tutto meno che unito, e quando fa finta di unirsi è per convenienza, non per convinzione. Dei titolari azzurri, in difesa, Zenga ha i suoi problemi, che l’Inter ma anche lui potevano gestire meglio, Bergomi dà spesso l’impressione di essere rimasto a Madrid ‘82 arricchendo il suo bagaglio più di nervosismo che d’esperienza, mentre Ferri è sicuramente progredito, non a caso è stato uno dei pochi a salvarsi a Roma. Ma Roma è solo l’ultima tappa per la bici che Trapattoni ha voluto e spesso ha le gomme sgonfie, l’ultima giornata da segnare col sassolino nero. Sul piano dell’immagine personale, Trapattoni è quello che rischia più di tutti. La verità è che, con o senza il Trap, l’Inter è una squadra da rifondare senza illusioni, dando la buonuscita a circa mezza "rosa". L’unico impegno serio, per ora, è quello di non smobilitare. Poi, ramazza. E un consiglio: prendere piedi buoni. La prevedibilità e la macchinosità dell’Inter dipendono dal fatto che troppi giocatori hanno i piedi a banana. Vogliamo crocifiggere il Trap perché non esce allo scoperto? Ma via, con questi eroi lui deve arrivare a giugno ...

"La Repubblica", 24 novembre 1987

Cura di calcio con cortisone

di Angelo Caroli

La pioggia lava molte ferite. La Juventus ritrova nella famelicità di una tradizionale "nemica", la lupa romana, importanti veicoli per scaricare l'intensità emotiva, attenuata dai due insuccessi esterni, e riscopre interessanti verità per allontanare una crisi che comunque lei stessa riteneva provvisoria.
L'importanza del rendezvous, le insidie che in esso si occultavano e lo stato del terreno sembravano via via complicare un'impresa che pure si avvertiva nell'aria. La storia è maestra, di rado la Juventus ha subito, senza reagire, uno situazione negativa o una confluenza di elementi avversi. L'era bonipertiana è caratterizzata da immediate prese di coscienza, accompagnate da risposte rabbiose della squadra. Il presidente ha fatto tuonare la voce ed ora saluta il risultato della "liberazione" come fosse un procedimento naturale. 

Michael Ludrup e Ian Rush
PIÙ' ORDINE - Insieme con i due punti, Marchesi ha ricevuto i primi segnali di un gioco più razionale ed incisivo, dunque più ordinato. Il tecnico si è forse convinto che Bonini è assolutamente necessario, mancandogli un'alternativa in un delicatissimo settore del campo. E i tifosi avranno forse capito che Magrin, pur non essendo un fenomeno, è fra i pochi a sveltire il gioco ed a capovolgere il fronte operativo con traversoni lunghissimi. Non ha una personalità spiccata, ma disapprovandolo, come hanno fatto durante il match con il Pescara, i tifosi gli rendono la vita disagevole.

LAUDRUP - Una partita non rende grande un giocatore (Michael lo è comunque), come una rondine non fa primavera. Ma gli scettici, dopo la vittoria sulla Roma, probabilmente si sono ricreduti sulla liceità della conferma del danese per la stagione 1987/88. Boniperti ha ragioni da vendere, poiché ha messo in pratica un teorema molto chiaro: "Dove trovo uno straniero giovane con le capacità di Michael e in grado di fare da partner ad un professionista del gol come Rush»? Il danese non è un trascinatore, dunque è assurdo aspettarsi che all'improvviso prenda per mano la squadra e la conduca al successo; perà ha eccezionali doti, che i colleghi dovranno esaltare, offrendogli costante assistenza. Il resto spetta agli arbitri, con una tutela accentuata quando sul danese si commettono scorrettezze ripetute. Ci saranno momenti di eclisse, ma quale giocatore talentoso non si nasconde, ogni tanto, dietro le nuvole dell'incostanza? 

Vincenzo Scifo
STRANIERI, PRIMI GOL - Tre stranieri sono andati per la prima volta a segno nel nostro campionato: Casagrande, Scifo (foto) e Careca. Era un evento scontato, anche se molte perplessità erano sorte sul loro rendimento. Noi italiani, del resto, molto inclini all'esterofilia siamo esigenti in rapporto all'amore che dedichiamo agli stranieri e siamo impazienti di vedere i risultati. Ci vuole calma e comprensione, visto che l'ultimo contingente dei transfughi vive in piena fase di acclimatamento. 

COMI E BERGGREEN - Chi conosce le pagine affascinanti sulla vita di Jekyll, sa che il celebre dottore era capace di mirabolanti trasformazioni nel breve volgere di una notte. Comi ricorda quella leggenda, anche se i trasformismi si concretizzano a distanza di sette giorni. Al Comunale, l'erede di Junior è vittima di complessi, forse vede l'ombra scomoda del predecessore nell'attenzione molto critica dei tifosi e soffre. Fuori casa Comi gioca da leader, pur con i limiti dinamici che gli si riconoscono, e dà geometrie ad un Torino ben disposto sul campo. L'assistenza tenace fornita soprattutto alla difesa ed al centrocampo, la continuità espressa finché é rimasto in campo, l'intelligenza di capire che i palloni andavano lanciati e non trasportati nell'acquitrino sono lodevoli davvero. Berggreen è invece in crisi atletica. La sua corsa è offuscata da remoti sfinimenti. Necessita di una pausa e la sosta cade opportuna. 

NAPOLI SI GONFIA - La squadra di Bianchi ha usato il mitragliatore contro il Pescara privo di Junior e di Sliskovic. Sei gol per solito costituiscono risultato da gioco del tennis e non del calcio, perciò fanno scalpore. Ma fino ad un certo punto. Da maggio si va infatti ripetendo che è il Napoli la squadra da battere. La novità semmai è rappresentata dal "caso" Maradona. Il manager di Diego accusa i medici partenopei di aver somministrato cortisone all'asso argentino, i medici reagiscono con durezza. Cortisone sì o cortisone no? E' un motivo che chiameremmo di "alleggerimento" se Diego non abbondasse, sia causa del cortisone o di altro, nel peso.

"Stampa Sera", 13 ottobre 1987, p. 17

La legge del 10 è "rigorosa"

di Kim

Bisogna rasserenare l'ambiente: domenica scorsa ho parlato del 4 che porta male; oggi parlerò del 10 che porta bene. Le squadre che rimangono in dieci uomini per decisione arbitrale non perdono mai però, appunto, occorre che si tratti di decisione arbitrale: se un allenatore manda la squadra senza il libero non vale. Chi, in questa regola ci sguazza, è la Roma: poco meno della metà dei suoi punti (3 su 7) li ha ottenuti in inferiorità numerica. Aveva cominciato ad Ascoli: a parità di uomini perdeva, ma appena le è stato espulso Manfredonia ha ottenuto un rigore e Boniek ha pareggiato. Ieri, contro il Pisa, in parità numerica non vinceva, ma appena è rimasta in dieci per l'espulsione di Policano ha ottenuto un rigore e ha vinto. Sembra che adesso Liedholm, ai suoi, oltre che lo stacco imperioso gli insegni anche il fallo maligno sotto gli occhi dei segnalinee.

Spiace per il Pisa: domenica scorsa, quando è stato ridotto a dieci ha ottenuto un rigore e ha battuto il Napoli; ieri, quando è stato in superiorità numerica, il rigore lo ha avuto contro e le ha prese. Ma perché non imparano a fare il fallo di reazione, in modo che l'equilibrio rimanga. Anche il Pescara, ieri, si è giovato della legge del 10: fin che c'erano tutti non riusciva a battere il Cesena, ma appena le hanno espulso Junior ha vinto. Non ha trovato un rigore, ma ha trovato un'autorete, e siamo lì.

Però questa storia dei rigori sembra che finisca qui. Corre voce che nuovi accordi tra Craxi e il Vaticano ci siano anche nelle decisioni sul calcio, che è fenomeno di massa come la scuola. Per prima cosa sembra che in futuro gli arbitri - essendo la Somma Potenza della partita - non saranno più scelti dalla Commissione Arbitrale, ma dalla Commissione Episcopale e, stante l'importante ruolo che svolgono, non arbitreranno più in frivole braghette, ma con austere tonache al cui disegno sta lavorando il socialista Trussardi.

Poi, il peccato più grave che si possa commettere, un fallo da rigore appunto, non sarà più sanzionato con una punizione ma con una penitenza: chi lo ha commesso dovrà recitare tre Pater, Ave e Gloria gridando ogni volta Viva Garibaldi per sottolineare lo spirito laico e risorgimentale. In più i giocatori cattivi non saranno espulsi dal campo, ma dovranno andare in un angolo a fare gli esercizi spirituali. Anche il segno della croce, tanto caro a Maradona, Vialli e molti altri, non potrà più essere fatto come adesso entrando in campo, ma nel periodo compreso tra il primo e l'ultimo minuto della partita, dopo che il monsignore arbitro avrà dato inizio alla lezione. Sarà facoltativo, ma potranno farselo tutti, proprio come l'ora di religione a scuola.

"L'Unità", 5 ottobre 1987, Gli eroi della domenica

Com'era difficile credere a un sogno

di Luca Argentieri

L'inferno del San Paolo
Il sogno è volato via, volato in alto, assieme al fumo dei bengala che la curva B aveva acceso all'ingresso in campo degli eroi e dei cattivi, quando mancavano un paio di minuti alle 20.30, orario fissato per la corrida della speranza. Tutta Napoli aggrappata al treno dei desideri, tutti a cantare lodi e osanna per Maradona e compagni; terribile e tremendamente intensa era la voglia di crederci, di vedere battuto, in ginocchio, il grande Real Madrid. I sogni sono durati poco davvero, svaniti in centoventi secondi, forse qualcosa di più, il tempo trascorso da quando s'era visto Careca battere il destro da due passi sui piedi di Buyo a quando l'Avvoltoio, al secolo Paolo Emilio Butragueño, aveva zittito novantamila minuti di speranza. In quel momento hanno davvero capito tutti che bisognava tornare alla realtà, che la Coppa dei Campioni 1987-1988 era un'avventura da mettere in archivio. Un rispettoso silenzio, ma anche doloroso, ha accompagnato praticamente da allora in poi la partita. Al Santiago Bernabéu non c'era nessuno, e quel silenzio era dunque sinistro, maligno; al San Paolo c'erano novantamila persone e il loro silenzio, così diverso, era doloroso, e triste. Anche becero quando s'è trasformato, nel finale, il lancio di bottigliette ed oggetti vari in campo. Ma ormai era tutto dimenticato, perfino il boato che aveva accolto, pochi minuti prima delle otto, il riscaldamento dei campioni di Spagna. Boato da far paura, ma che non aveva spaventato i cattivi. Gente che non ci fa caso.

Il pareggio di Francini non serve a riaccendere
il sogno partenopeo
Due minuti per non crederci più, dopo che Napoli aveva a lungo dato l'impressione, nei giorni passati, di non volerci nemmeno credere e di dormirci addirittura un po' sopra. Un grande sonno finito verso le cinque del pomeriggio, quando il sole già si incamminava più lento dietro la collina di Posillipo e ai bagliori del giorno cominciavano ad avvicendarsi le ombre della sera. E allora Napoli, che fino a quel momento aveva vissuto senza agitarsi, disincantata, quasi passiva il conto alla rovescia, si scuoteva improvvisa, si stiracchiava, scossa dal suono dei primi clacson, dalle prime sirene, inebriata dal primo sventolio di bandiere. Ci si poteva incamminare, tutti in marcia, tutti quelli beninteso che potevano, diretti allo stadio. E gli altri magari avanti e indietro per il lungomare, via Caracciolo, mentre nei quartieri dove il tifo diventa sempre sofferenza vera, il bianco e l'azzurro, i colori del sogno nel pallone, avevano fin dal mattino cominciato a sventolare. 

La giornata, e la partita, erano cominciate prima per diversi altri. Era cominciata da un bel po' per la polizia, che ormai dalla notte di lunedì si dava da fare per ritrovare un signore, armato di P38, che si era divertito per ben due notti in una singolare attività: sparare colpi su colpi contro i botteghini del Napoli calcio, quelli incaricati di vendere i biglietti. Hobby singolare senza dubbio e anche abbastanza pericoloso, ma fino a qualche minuto dall'inizio della partita non c'era traccia del guerrigliero dei botteghini. Che forse, passata la febbre madrilena, deciderà di lasciar perdere: magari era solo seccato per non essersi riuscito a procurare un biglietto. Tutto calmo era stato invece, tutto tranquillo, dalle parti di Castellammare di Stabia, dove il Real Madrid alloggiava, guardato e protetto da uno schieramento di polizia imponente e agguerrito. I campioni di Spagna avevano potuto dormire sonni tranquilli.

Dunque il grande sonno era finito, e mille e mille negozi abbassavano in anticipo le saracinesche, un po' festosi, un po' sospettosi, certo non sapevano a cosa stessero andando incontro, se sarebbe stata festa o piuttosto delusione e amarezza. Le prime lacrime però erano state tutte dei bagarini: avevano voluto giocare grosso, fin troppo grosso, erano arrivati a comprare tanti biglietti sovrapprezzo e ben presto, fuori dallo stadio, c' era gente che aveva pagato un posto centomila lire e lo rivendeva, disperato, anche a sole diecimila lire. Ogni tanto gli affari possono andare anche storti. Stadio pieno, così pieno che la gente sembrava pigiata a forza, stadio bollente, mentre all'ingresso della tribuna d'onore s'avvicendavano facce famose, ecco i duellanti della Federcalcio Manzella e Matarrese, ecco il c.t. campione del mondo, il dottor Bilardo, ecco Azeglio Vicini, skipper dell'Italia. E poi Luca Montezemolo, direttore di Italia '90, e tanti ex allenatori, e tanti direttori sportivi e l'ambasciatore di Spagna in Italia, Menendez Del Val. E' andato ieri pomeriggio a giurare da Cossiga, poi s'è fatto accreditare allo stadio. Non voleva perdersi lo spettacolo, ma c'è da giurare che non si sia azzardato a fare il tifo per i suoi. Non sarebbe stato il caso, in una notte come questa.

"La Repubblica", 1° ottobre 1987

Due "pibes" millenari

di Jorge Valdano


Jorge Valdano non ha bisogno di presentazioni. E' una delle figure di maggiore intelligenza che abbiano mai fatto capolino nell'universo del football, che ha esplorato in tutte le sue dimensioni (da calciatore e allenatore di vertice, dirigente, analista, commentatore). Smise di giocare nella primavera del 1987, a trentadue anni non ancora compiuti, per una brutta malattia. Valdano, si sa, scrive. Scrive di calcio come pochi, oggi, sanno fare. Su "El País", il 30 settembre 1987, giorno di Napoli - Real Madrid, comparve un suo 'articolo' dedicato al Buitre e al Pibe, attesi protagonisti della serata.



Appartengono alla medesima generazione e sono cresciuti separati dallo stesso oceano; li ha separati ancor più l'ingiustizia dei natali, ma li unisce eternamente l'invisibile pallonata della passione calcistica. Non li comparo né li equiparo: semplicemente, li associo a un'idea nitida di intendere il calcio e a una maniera magica di praticarlo. Attraggono trascinanti entusiasmi collettivi da proporzioni distinte, amministrano dollari a milioni, si accaparrano tutti i titoli giornalistici e continuano a intristirsi quando non giocano bene. Nulla ha obbligato Butragueño a essere pícaro. È stato avvantaggiato sin dal principio, ma non si è mai rifugiato nella bambagia. Ha conosciuto il calcio durante l'ora della ricreazione nel cortile di un'esclusiva scuola elementare del centro di Madrid, e il suo talento ha rapidamente risolto i problemi derivanti dalla mancanza di spazio per sovrabbondanza di gambe. Da quel momento non ha bisogno di spazio, lo inventa: trenta centimetri di luce gli bastano per applicare quel suo senso esatto e seducente della pausa e dell'accelerazione. Riceve di spalle e – oplà – è già di fronte. L'area di rigore è il suo feudo, nel quale esibisce il suo sublime marchio quando, circondato da nerborute gambe carnivore, cede la sfera e abbassa le braccia, come per arrendersi. Non credetegli. In realtà non si arrende: ciò che questo incorreggibile incantaserpenti sta conducendo è una rapida seduta di ipnosi e, quando gli avversari sono ammansiti, si riaccende e ingrana la quinta marcia, per ricomparire, sano e salvo, nell'unico spazio in cui misteriosamente non c'è nessuno. Se è fortunato, la giocata termina con un gol, ma di un altro, perché lui, come Ricardo Bochini, di queste volgarità pare non volersi occupare.

Nel quartiere dov'è nato Maradona i genitori montano sull'autobus alle sei di mattina e ne scendono alle dieci di sera, perché essere onesto richiede tempo e fatica. Ragazzi scalzi che giocano a calcio in campetti gibbosi vedono nel pallone il simbolo che li distrae dalle disgrazie del presente e promette loro una futura via di fuga. 

In quella fucina di talento, Diego ha unito la tecnica alla propria immaginazione ("non v'è genio senza tecnica", affermava Pablo Picasso) e sin da fanciullo cominciò a mostrare meraviglie. È differente perché fa tutto bene e lo rende bello, ed è inspiegabile perché non risponde ad alcun calcolo. Qualsiasi angolo del campo pare la sua collocazione naturale; la sua gamba sinistra corregge il movimento nell'ultima frazione di secondo; quando pare frenare, scatta e quando pare scattare, frena. Nei campi da gioco sfida le leggi dell'equilibrio, nel mondo regala felicità. Essere suo compagno di squadra è pericoloso, perché la sua magia ti fa dimenticare di essere protagonista e ti converte in uno spettatore. Ti lascia persino un'espressione inebetita. 

Mi ricordano il tango, perché sono due pibes millenarî che a volte giocano goccia a goccia, altre volte a fiotti, ma pur sempre ricorrendo a nobili arti per riscattare il calcio dalla mediocrità.

Nella partita Real-Napoli nessuno dei due è riuscito a brillare. Si sono incrociati dopo la partita in un ristorante madrileno e si sono salutati timidamente. Non importa che la vita abbia costretto Diego a partire da dietro e abbia riservato al Buitre la pole position. Entrambi erano ugualmente tristi, entrambi afflitti dal medesimo vuoto che corrisponde all'orgoglio. Oggi, al San Paolo, due geni dall'orgoglio ferito avranno la loro seconda opportunità. Può succedere di tutto. Se al termine dell'incontro rideranno, sarà perché tutti noi ci saremo divertiti.

"El País", 30 settembre 1987 (Traduzione italiana a cura del Duca)

Cronache di ferocia

di Gianni Mura

A rileggere il commento alla domenica di ordinaria violenza del 27 settembre 1987 non solo sembra che non sia cambiato nulla da allora ad oggi, ma anche che l'origine dei problemi apparisse chiarissima già trent'anni fa. Per chi avesse voluto vederla.

Alla terza giornata di campionato ci si ritrova immersi in una cronaca triste e feroce, prima durante e dopo le partite. Milioni di danni, a Firenze, al ristorante di Aldo Agroppi, "colpevole" di aver allenato la Fiorentina e di tornare a Firenze sulla panchina del Como. Aggrediti giornalisti a Genova e a Pisa, non è una novità specialmente a Pisa, dove Romeo Anconetani amministra il suo potere (enorme) con metodi da signorotto feudale. Bar assaltati, sassaiole, arresti, sempre a Pisa e anche ad Avellino, milioni di danni ai servizi (regolarmente distrutti) di una curva, fermata gente con coltelli, un agente di custodia di Rebibbia che spara con la pistola, strano gli si sia usato il riguardo di non pubblicarne le generalità, ma ormai siamo al punto che qualcuno ritiene una precauzione in più, come il maglione o l’ombrello, andare allo stadio con la pistola. Il solito imbecille aggressivo (il guaio è che quasi tutti gli imbecilli sono anche aggressivi) ha rovinato la domenica al Pisa e un pezzo di cranio a Renica: inevitabile lo 0-2 a tavolino, dopo una vittoria meritata sul campo. Ad accendere le polveri l'espulsione di Elliot, propiziata da una sceneggiata di Bagni, che sarà perseguitato dagli arbitri (dice lui) ma qualche volta gli va anche bene.

È inutile dare la colpa a questo o quello, ad Avellino la partita è stata combattuta lealmente, ma gli scontri ormai avvengono "a prescindere", le bande romaniste, lasciato cadere Manfredonia, hanno trovato un altro passatempo. Non c’è più bisogno di provocazioni, con o senza virgolette, di decisioni arbitrali avverse, di rabbie antiche per una retrocessione o un mancato scudetto. I giochi, sui campi, sono tutti da fare. Attorno ai campi, nelle città, intanto si gioca a fare i violenti, sapendo benissimo che non è un gioco.

Una volta di più, ci si accorge di quanto sia inutile predicare ai sordi: le famose "frange" si sono molto ingrossate, sono curve intere, ormai, ma poi non è giusto additare solo la curva, il seme della violenza è cresciuto anche sulle tribune. Le società di calcio, incoscienti prima, nell’incoraggiare e foraggiare gli ultras del tifo, sono adesso impotenti a controllarli: se ne sentivano padrone, ne sono diventate schiave. Le forze di polizia, nel dubbio, sono "casalinghe" come certi arbitri, accalappiano solo quelli che vengono da fuori. Si attende sempre di vedere, come in molti altri paesi, il poliziotto che guarda il pubblico, non la partita, unico modo per prevenire. È umiliante dover concludere che, in questa domenica nera, è andato tutto bene, relativamente. Equivale a dire che si aspetta il peggio, per intervenire. Non bisognerà aspettare molto.

"La Repubblica", 29 settembre 1987

Un giorno in pretura

Da "La Stampa", 22 settembre 1987, p. 25

Ai sette teppisti milanesi un mese e mezzo di carcere

Sentenza dura ed esemplare per i sette tifosi dell'Inter arrestati domenica pomeriggio al termine del derby lombardo Como-Inter. Una sentenza, quella pronunciata dal pretore di Como dottor Walter Vian, che dovrebbe far riflettere coloro che la domenica scambiano gli stadi e le vie delle città come una palestra dove dar vita ad una sorta di guerriglia urbana, come è accaduto a Como, città che ripetutamente ha dato prova di civiltà.

Il "Giuseppe Sinigaglia" di Como
I sette pseudo tifosi dell'Inter, processati ieri mattina per direttissima per possesso di tubi metallici, aste di bandiera, biglie di ferro grosse come uova, e adoperati come oggetti contundenti, sono stati condannati ad un mese e quindici giorni di arresto, pagamento di una multa di 400 mila lire e delle spese processuali. Tutti e sette, fra cui uno solo con precedenti penali, dovranno perciò rimanere in carcere. Il pretore di Como ha infatti negato sia gli arresti domiciliari come aveva chiesto il difensore d'ufficio, sia la libertà provvisoria come aveva prospettato il p.m. 

I sette condannati sono: [omissis], 19 anni; [omissis], 21 anni; [omissis], 21 anni; [omissis], 19 anni; [omissis], 23 anni; [omissis], 20 anni e [omissis], 21 anni, tutti residenti a Milano. Giovani che, interrogati dal pretore, hanno negato qualsiasi addebito, asserendo di essere stati aggrediti e provocati da tifosi del Como. Una versione del fatti che non ha trovato conferma nella ricostruzione degli agenti della squadra mobile ài Como che hanno effettuato gli arresti. «L'imputato ha il diritto di mentire, ma se è troppo grossa ha il sapore della presa in giro» ha osservato il giudice Vian. 

Lo stesso pretore ha condannato a dieci giorni di arresto e a 25 mila lire di multa, con la concessione del doppi benefici di legge, [omissis], 21 anni, di Alzate Brianza (Como), coinvolto nei gravissimi disordini. Il [omissis] è stato trovato in possesso di un coltello, che lo stesso ha ammesso di aver preso da un bar, per difendersi dagli assalti degli aggressori e dopo aver visto un amico sanguinante. 

I due minorenni del gruppo, [omissis], entrambi diciassettenni, di Milano, saranno giudicati dal tribunale del minori. Il Comune di Como, nella persona del sindaco, Sergio Simone, ha cercato di costituirsi parte civile per salvaguardare l'immagine della città. Richiesta che è stata respinta dal pretore. I guai per i sette condannati non sono finiti. Ora saranno chiamati a rispondere di lesioni aggravate, per i numerosi feriti che hanno dovuto far ricorso alle cure dei medici, e di danneggiamento.

Marco Marelli

Dieta bianconera

di Gianni Ranieri

La striminzita vittoria al debutto della Juventus sul Como ispirava a Gianni Ranieri un gustoso e ironico corsivo tutto giocato sulla metafora gastronomica. Col senno di poi, anche la chiusura - evocando i voraci appetiti di Ian Rush - va considerata ingrediente sarcastico.

Priva del gallese Rush questa Juve è da dieta

Viviamo in un'epoca di rigide diete e nessuno meglio di Magrin, calciatore che racchiude nel proprio cognome tutta l'austerità di un programma, avrebbe potuto fungere da paradigma del gioco juventino in questa prima giornata di campionato. Un gioco dieteticamente moderno, privo di fronzoli, di ornamenti, di schemi elaborati, a bassissimo tasso di lipidi e carboidrati. Un gioco cosi scarnificato da non sembrare neppure un gioco.

Ed è giusto che sia stato Magrin a segnare il gol - ovviamente l'unico - della vittoria bianconera: due punti rigorosi che non fanno assolutamente ingrassare e consentono alla Signora di mantenere le succinte forme che già ebbe modo di mostrarci allorché le vicende di Coppa Italia la misero di fronte alla Casertana. 

Il Como, nella sua qualità di avversario generoso ma di ristretti contenuti tecnico-artistici, non già proiettato verso la conquista dello scudetto ma soltanto desideroso di un quieto soggiorno in serie A, rappresentava per la Juventus un appetitoso boccone. Giudicata da un punto di vista alimentare, la formazione di Agroppi si poneva di fronte ai succhi gastrici dei bianconeri come un ideale stimolatore. Poche altre aspiranti al titolo avrebbero rinunciato a saziarsene.

Ma, a differenza di un Milan che a Pisa ha manifestato la propria vocazione all'eccesso, la Juventus ha saputo frenarsi. La Signora ha spilluzzicato, si è alzata da tavola con quell'appetito che è il segno della misura, e dovendo, per esigenze di classifica, risolvere in proprio favore la contesa, ha pensato bene di procedere eliminando i pesanti sughi dell'azione corale, le pericolose proteine del contropiede. Ha scelto, eleggendo Magrin ad esecutore, il tiro dagli undici metri che, come è a tutti noto, rappresenta il tiro meno provvisto di calorie: un tiro meramente integrale.

Limpido esempio di giocatore a dieta è stato Laudrup confermando che gli stranieri, quando ci si mettono, sono capaci di ergersi ad esempio e modello al cospetto dei congeneri italiani. Con quanta fermezza Laudrup si è negato al benché minimo assaggio. Su, mangia qualcosa, sembravano dirgli i compagni pur disciplinatamente schierati sul fronte dell'astinenza. E lui nulla, nordicamente sordo a qualsiasi tentazione. Ma non saremmo obiettivi se tacessimo dello spirito di sacrificio del giovane Buso e di De Agostini i quali, trovatisi per un insieme di circostanze nella quasi impossibilità di non assaporare la rete del nemico, hanno capito che addivenendo al gol avrebbero attentato alla propria linea e a quella dell'intera loro compagine.

Va da sé che la presenza in campo di Ian Rush, uomo di riconosciuta ingordigia, insofferente di qualsivoglia tipo di dieta, si tratti di «beans», i famosi fagioli inglesi conditi di salsa rossa, o di gol realizzati con i piedi o con la testa, avrebbe completamente mutato la sostanza della sfida. Con Rush collocato al suo posto di centravanti, la Juventus avrebbe dovuto ricorrere ieri sera all'uso del bicarbonato. Se invece di Buso ci fosse stato Rush a raccogliare il lancio di Mauro, i bianconeri si sarebbero trovati in vantaggio sin dai primissimi minuti della gara. Se invece di De Agostini ci fosse stato Rush a raccogliere l'invito di Tricella, i bianconeri avrebbero trafitto per la seconda volta nel giro di pochi minuti lo stralunato rivale. E al 32', quando Laudrup, impossessatosi del pallone, si è esibito, al fine di disfarsene, in una complicatissima e difficile manovra senza neppure disturbare il suo diretto marcatore, che cosa sarebbe successo se nella parte del danese si fosse cimentato l'irresistibile bomber di Liverpool? 

Mentre i tifosi si consolano rispondendo che la Juventus di Rush non avrebbe segnato meno di tre gol, il pallido Magrin raccoglie le posate per rimetterle al centro. 

"Stampa Sera", 14 settembre 1987, p. 15.

Il nostro calcio e quello altrui

La visione di Germania-Inghilterra del 9 settembre 1987 (cineteca) ispirava a Gian Paolo Ormezzano alcune riflessioni. Un breve, feroce ritratto del nostro modo di concepire il calcio - e della sua 'immoralità' o (in ogni caso) diversità  -, proprio mentre sta per prendere il via il nuovo campionato. Le opinioni di Ormezzano non sono originalissime, naturalmente, risultando anche e per certi aspetti omissive. Vale tuttavia la pena di riproporle a una lettura di contesto.



Da Düsseldorf un altro calcio. 
Confrontiamoci con Germania-Inghilterra

Dopo Germania-Inghilterra 3 a 1, bella partita, aperta, dura ma onesta, cerchiamo di rispondere ad un quesito che ci siamo doverosamente inflitti nei 90' di grosso football a Duesseldorf, l'altra sera. Ecco il quesito biforcuto: questo, cosi bello e così diverso dal nostro, è il vero football? E se è il vero football, come mai la Germania e anche l'Inghilterra non ci strabattono? 

Il quesito è importante adesso che comincia il nostro campionato, e già sappiamo cosa sarà di manfrine, delusioni, ticchete-tocchete assortiti. Lo affrontiamo e lo risolviamo specificando che si tratta di due giochi diversi, per errore chiamati entrambi gioco del calcio. Prendiamo la bellissima Germania del 3 a 1 sull'Inghilterra, e facciamola giocare contro l'Italia. Dopo cinque minuti, come massimo, c'è uno dei nostri a terra, e si contorce teatralmente. Poi si contorce sobriamente uno dei loro, su nostra replica. Passano i minuti, e con poco o niente football giocato. Discussioni, contestazioni. 

C'è un calcio di punizione, e la barriera è a uno, due, cinque, massimo sei metri. L'arbitro misura, magari ammonisce. Nasce finalmente una fase serrata, maschia, concitata e "nasce" subito, dentro di essa, a farla morire giovane, un qualche bordello speciale, un gesto furbastro, uno "sfrucugliamento" di avversario o arbitro. Gioco fermo, discussioni. E' un altro calcio, un altro sport. 

Siamo in grado, noi, di buttare in mucca qualsiasi partita, di bloccare qualsiasi estro del nemico ed anche qualsiasi sua sobrietà di azione. Siamo in grado di imporre al gioco più marmoreo, come regolamento, del mondo, tutto un subregolamento nostrano, paralizzante o comunque stravolgente. 

Si vedono, in partite come Germania-Inghilterra, aperture larghissime, passaggi rischiatissimi, se vanno bene la gente applaude, se vanno male amen. Da noi non si vede niente, nessuno tenta, se gli va male è sbranato. 

C'è una profonda morale nella assolutamente non profonda, bensì appena normale quanto a sua calata anzi colata nella storia d'oro del calcio, partita di Duesseldorf. Ma è una morale che riguarda soltanto noi, riguarda la nostra immoralità. Non possedendo più, o non potendo permetterci di possedere, gli strumenti intellettuali e/o sentimentali per godere del gioco e basta, dovendo sempre tenere presente il risultato, ci siamo affinati, come lupi che devono pur mangiare, a uccidere qualsiasi partita bella che un avversario per caso ci proponga. Siamo in grado, con due calcetti vigliacchi, una rimessa laterale con distanza rubata, un calcio di punizione bordellato, di mandare in bestia ogni avversario.

La Stampa, 11 settembre 1987, p. 30